Frammenti di infinito

La possibilità di ricordare la propria sconfinatezza

Pondicerry è una piccola città, costruita sulle sponde tumultuose dell’oceano Indiano. Acque grigie che brillano al sole con riflessi argentati; forti correnti e onde pesanti che percuotono quasi costantemente una costa di muraglioni costruiti con grandi massi granitici. Arrivo sul lungo mare dopo una breve passeggiata fra le vie della città; il suono che mi ha accompagnato fino ad ora è la cacofonia di clacson e motori smarmittati che sembra caratterizzare tutte le città indiane che io abbia mai visitato, anche se le strade sono una griglia ben organizzata e costeggiata da ogni lato di edifici in stile europeo. Strano che in questo luogo, così pieno di possibilità, di desideri e di offerte, i piedi si dirigono da sé verso l’unico luogo dove non mi viene proposto nulla di tangibile.

Cammino sul lungo mare per tre o quattro chilometri e mi sorprende vedere folle di persone che come me rifuggono inconsciamente il caos familiare e materno della città per andarsi a sedere difronte all’orizzonte sconfinato del mare. E’ un comportamento che do per scontato, ma improvvisamente mi accorgo che è qualcosa di molto curioso. Se fossi un alieno, per la prima volta in visita sul pianeta terra, ho l’impressione che rimarrei alquanto confuso: difronte al mare questa folla non riceve nulla di concreto. Li non c’è cibo, non c’è la promessa di un qualche guadagno, né di un qualsiasi beneficio sociale. Il moto istintivo che ci porta a sederci difronte all’immensità indifferente dell’oceano non ha nessun valore umano, eppure tutte queste persone sono li, senza sapere perché. Alcuni si affaccendano a scattare foto, altri si siedono e chiacchierano, altri ancora tirano fuori lo smartphone e si mettono a fare altro, quasi come se il rituale senza tempo di rendersi al cospetto del mare toccasse una piccola inquietudine, e quindi il desiderio di distrarsi e di guardare altrove.

Sono poche le persone che si danno il tempo di accogliere tutto ciò che il mare comunica, o meglio ciò che mette in evidenza, e per lo più hanno meno di dieci anni. Sono menti giovani, trasparenti, e ancora in grado di cogliere il richiamo della vita e di tutte le cose vaste, insondabili, senza confini. Gli adulti si limitano a lanciare un’occhiata timida, fra una distrazione e l’altra, e chi potrebbe rimproverarli? Il messaggio di quest’infinita distesa di acqua, di luce e di onde, è la prova stessa dell’insignificanza dei nostri problemi e dei nostri desideri. E’ il ricordo impietoso che lo spazio e il tempo non esistono, e che pertanto la parte migliore della nostra vita è votata alla cura dei loro fantasmi. Inoltre, non si può vedere l’immensità rimanendo piccoli e limitati. Per incontrare il mare dobbiamo osare perdere i confini, e riconoscere l’essenza di quell’ampiezza come il nostro sé più intimo e soggettivo. Questa non è né poesia né religione, né, per carità divina, spiritualità. Stiamo parlando di un semplice riconoscimento di “ciò che è”, e per riconoscere “ciò che è” abbiamo bisogno di essere molto concreti, e di lasciarci alle spalle tutti i nostri preconcetti e le nostre teorie.

Proviamo a fare questo come un gioco: siamo difronte al mare o a un cielo stellato e l’immensità si impone come un’evidenza. “Qui c’è vastità, c’è spazio, c’è ampiezza.” La domanda che possiamo porci è, “Dov’è questa vastità? E’ dentro o fuori da me?” Nel fare questo cerchiamo di localizzarla con la stessa precisione con cui cercheremmo di localizzare la provenienza di un suono o di una voce. Questo ci porta immediatamente, senza bisogno di tempo, di pratica o di una qualche forma di addestramento, a riconoscere che ciò che è vastità in realtà non sembra relazionarsi con i concetti di dentro e fuori, vicino e lontano. Riflettendoci un po’ su possiamo solamente dire che “è così”, una sorta di presentimento al di fuori della nostra idea familiare di spazio. Quando non riconosciamo la vastità come una realtà interna e soggettiva, vuol dire che siamo completamente isolati dall’ambiente. Sono quei momenti in cui ci troviamo a guardare un paesaggio mozzafiato, e magari vediamo formarsi nella nostra mente le parole, “che meraviglia!”, ma se ci osserviamo con assoluta onestà ci sentiamo completamente impermeabili e distanti.

La nostra vita da cittadini, mariti, mogli, e impiegati responsabili ci ha convinti che le cose importanti sono tutte fuori da noi, non è così? Spendiamo la gran parte delle nostre energie per nutrire lo spettro del futuro, fino al punto da rinunciare quasi completamente ad una completezza che può essere incontrata solamente qui ed ora. la buona notizia è che quest’estrema devozione ai sogni e alle allucinazioni della nostra società, non può che esaurirsi. La sofferenza ci viene in aiuto e ci insegna piano piano chi siamo e quanto abbiamo bisogno di lasciar cadere il nostro senso di responsabilità, e tutte le mille strategie di difesa che abbiamo accumulato negli anni. Se prestiamo attenzione tutto ci invita a ritornare, a riappropriarci della nostra trasparenza e a viverla con orgoglio, ridendo quando abbiamo voglia di ridere e piangendo quando il mondo ci invita a piangere. La saggezza è già li, nei piedi e nelle gambe ribelli, che a nostra insaputa ci portano difronte al mare a riconoscere l’innegabile evidenza della nostra sconfinatezza.

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