Il corpo vissuto in prima persona

In questo stesso istante, senza meditare o fare un qualsiasi sforzo, se entro a contatto con la realtà semplice di ciò che i sensi comunicano non posso vedere un corpo. Vedo due mani danzare sulla tastiera del computer, in modo spontaneo, direi quasi automatico. Vedo uno schermo, riempito di forme e colori, e attorno a questo schermo vedo una varietà di oggetti: una lampada, un quadro, una vecchia foto, e molti altri. Ho anche una visione periferica delle mie gambe e di una parte del mio addome. Più in su non vedo niente, se non la trasparenza in cui tutti gli oggetti e le situazioni del mondo si manifestano. So di avere delle spalle, e so di avere una testa, ma questo sapere non è che un pensiero, una rappresentazione mentale del corpo, in breve, un immagine.

Quando chiudo gli occhi e divento cosciente di tutto il mio corpo, per prima cosa, entro a contatto con questa piccola immagine. Un’immagine dall’aria insignificante e innocua, che per altro nasconde fra le sue pieghe inesplorate, le radici di una vita di fatica e sofferenza inutile. Queste radici sono i mille soprusi, gli insulti, il sentirsi oggettificati, giudicati e respinti per la forma del corpo, e sono presenti in quella piccola immagine, come un sottile tono emotivo; come un moto istintivo di disagio e di leggera tensione nell’entrare a contatto con il corpo.

In realtà, quando do l’occasione a questa piccola immagine di farsi da parte per qualche istante, ciò che scopro non è un corpo nel senso classico del termine. Quando utilizzo la parola corpo, immagino un oggetto di natura organica con due gambe, due braccia, un tronco e una testa; ma questo è un corpo visto dall’esterno! Il mio corpo, visto e vissuto in prima persona, non è affatto così. Ma perché dovrei lasciare che quell’immagine esteriore e distante, si sostituisca alla mia prospettiva più intima del corpo?

Quando prendo seriamente il mio stesso modo di abitare la realtà, riconosco che il mio corpo non è mai stato come quello degli altri. Questa è la porta d’entrata geniale e intuitiva che Douglas Harding ha definito come la via senza testa. La realtà è che dal mio punto di vista non ho mai avuto una testa e che ciò che trovo, al posto del corpo immaginario che mi sono convinto di abitare, è una trasparenza, è lo spazio vuoto nel quale si manifesta il mondo.

Se chiudo gli occhi e permetto all’immagine di posarsi al mio fianco, anche se solo per un secondo, ciò che vedo oltre di essa è un grande spazio, attraversato da sensazioni in costante evoluzione. A questo punto, non so perché, ma sorge un senso di meraviglia e di grande bellezza, e poi, subito dopo, una vertigine e un piccolo spavento. Questa bellezza è il riconoscimento della profondità e della vastità di ciò che sono in essenza, e lo spavento sorge nel vedere in un batter d’occhio la limitatezza della mia identità ordinaria. Da questo punto di vista, questa piccola paura è un grande regalo, ed è un segno estremamente positivo. Significa che finalmente ho lasciato il messaggio della meditazione e della pratica infiltrarsi fra le crepe del mio cuore. A questo punto posso resistere, oppormi e dimenarmi, ma la consapevolezza di quel bagliore di bellezza rimarrà come un richiamo irresistibile verso la realizzazione di chi sono in essenza.