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L'arte di rimanere qui
L'approccio semplice dello Zen
Un giorno Quingyuan chiese al suo discepolo Shitou, “Da dove sei venuto?”
Shitou disse, “Da Cao-xi.”
Quingyuan, che in quel momento teneva in mano un ventaglio, lo sollevò mettendolo bene in mostra, “E a Cao-xi c’è questo?”
Shitou rispose, “Non solo non c’è a Cao-xi, ma non c’è nemmeno in India.”
Quingyuan disse, “Se non sei stato in India come puoi dirlo?”
Shitou disse, “Se ci fossi stato allora ci sarebbe stato anche il ventaglio.”
Questo scambio può sembrare criptico e incomprensibile, ma in realtà tratta di una cosa estremamente semplice e intuitiva: restare qui. Noi esseri umani abbiamo quest’incredibile capacità di creare mondi, luoghi, oggetti e relazioni, con un semplice pensiero. E una volta che abbiamo dato vita a tutti questi universi, li scambiamo per una realtà e lasciamo che esercitino una grande influenza sul nostro stato fisico ed emotivo. Quando il maestro Quingyuan chiede a Shitou da dove sia venuto, la sua intenzione è quella di preparare una trappola e vedere se Shitou è abbastanza sprovveduto da infilarcisi dentro. Da dove vieni? è una domanda innocente, eppure crea le condizioni per immaginare un laggiù, un luogo altro da questo inevitabile e onnipresente qui. Shitou risponde in modo assolutamente convenzionale, perché come ogni persona ragionevole non se ne va in giro cercando di zenificare ogni singola conversazione. Il linguaggio è fatto per comunicare convenzioni e dare istruzioni, e lui non si sforza di farne un uso diverso, più intelligente, più spirituale o più avanzato. Ma Quingyuan vuole testare il suo pupillo e quindi tenta un’altra volta. “E a Cao-xi hanno questo?” Alza il suo ventaglio e glielo mette davanti agli occhi.

Pavoni selvatici nella campagna di Tiruvannamalai. Sono sul mio schermo o da qualche parte in India?
Ma che cos’è Cao-xi? Per me non è che una parola dall’aspetto inusuale; un suono abbinato a nessun significato e a nessuna esperienza, se non alla comprensione astratta che debba rappresentare un luogo, da qualche parte in Cina (un’altra parola); basta questo per farla sembrare una realtà. Il fatto che i nostri due monaci siano Cinesi e abbiano probabilmente visitato questa località non la rende affatto più reale nella loro conversazione. Anche per loro Cao-xi è solo che una parola, abbinata a un certo numero di pensieri e di memorie; niente di più. Cao-xi non è una realtà percepita ed esperita nel presente, e quindi parlare di cosa ci sia o non ci sia a Cao-xi è come parlare di un sogno o di una fantasia. A questo punto Shitou raccoglie la sfida e non si limita a negare la realtà di Cao-xi, ma nega persino la realtà della mistica terra del Buddha: l'India. In questo scambio Shitou si rifiuta di farsi trasportare in un luogo altro da qui. E’ chiaro che se intratteniamo l’idea di una terra lontana dove tutto è meravigliosamente mistico e spiritualeggiante, in realtà svuotiamo l’unico luogo che esiste davvero di queste qualità, e ci mettiamo a cercarle altrove. Questa è una delle lezioni più importanti non tanto dello zen, ma direi della vita: tutto ciò che conta veramente accade qui.
E’ importante dire che notare l’irrealtà di questo laggiù di cui parliamo così tanto, non ci impedisce di utilizzare il linguaggio in modo funzionale e convenzionale. Possiamo esprimere opinioni, conoscenze e memorie a riguardo di ogni anfratto dell’universo conosciuto ma, se siamo accorti, non lasceremo che queste opinioni vengano ad inquinare l’unico luogo in cui ci troviamo veramente. Libano, Israele, Palestina, Ukraina, Russia, Stati Uniti; possiamo notare come tutte queste parole hanno acquisito una sorta di magnetismo, una tensione che sembra dire io esisto davvero, e siccome esisto ho la forza di avere un impatto sulle tue emozioni, e sulle tue sensazioni. In realtà, queste emozioni e queste sensazioni sono la materia stessa con cui vengono a formarsi i conflitti su larga scala. Ogni guerra nasce laggiù e poi si ingigantisce fagocitando pensieri, fino ad arrivare ad inquinare il qui. La mia indignazione, la mia rabbia, la mia paura, rendono il conflitto reale, lo ampliano e gli danno un’anima, un respiro. Devo solo disconnettere la mente dal mondo delle storie, delle notizie e dei problemi, per realizzare che qui ciò che non va bene non è che un pensiero creduto, una storia travestita da realtà. Questa non è una panacea o una formula magica per risolvere tutti i mali del mondo; con tutta probabilità il mondo continuerà ad avere i suoi problemi. Il valore di questa comprensione ha più a che vedere con il risolvere il problema alla radice e con il non partecipare alle allucinazioni collettive che di tanto in tanto rischiano di moltiplicare esponenzialmente la sofferenza di tutti.
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