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La fine di ogni percorso - 2/2
Riconoscere eternità e assoluto nella semplicità di questa stessa esperienza
Mettere fine ad ogni percorso si riferisce a un’esperienza estremamente semplice e ordinaria. La natura categorica di questa proposizione sembra suggerire un obbiettivo quasi impossibile, destinato a una nicchia ristrettissima di professionisti o, peggio ancora, a un gruppo di eletti. In realtà stiamo parlando della realizzazione che la vita, nella sua interezza è semplicemente questo. Questo può apparire con contenuti i più disparati, e nel suo flusso in costante cambiamento c’è sempre un qualche guadagno e una qualche perdita; è la natura delle cose. Eppure se distogliamo lo sguardo per qualche istante dal contenuto di questo e proviamo ad osservare che cos’è questo in sé, allora entriamo a contatto con una dimensione che per sua natura mette fine ad ogni percorso. É la più semplice e la più ordinaria delle esperienze, ed è per questo che un numero infinito di ricercatori spirituali, nell’incappare in questo fatto, ha messo fine al proprio percorso sbellicandosi dalle risate.

Nessun percorso ti può portare qui.
Anni estenuanti di ricerca accanita all’infuori di sé possono risolversi nel riconoscimento di ciò che sotto sotto siamo sempre stati. É la semplicità e l’evidenza che questa coscienza non è mai stata separata dagli oggetti che la attraversano, e che fra questi oggetti non c’è una gerarchia che li divide per importanza, e che li raggruppa fra ciò che è me e ciò che è altro da me. Per vedere questo possiamo provare ad osservare con attenzione le sensazioni interocettive che riempiono lo spazio del corpo. Siamo stati condizionati a parlare di queste sensazioni come se fossero interne, ma che cos’è che le rende tali? Perché ci sia una nozione di interno deve per forza esserci una nozione di esterno, e un confine tangibile che distingue e separa queste due aree di esperienza. Dov’è questo confine? Se mettiamo da parte i vari pensieri che rappresentano la pelle, o il corpo, c’è un vero e proprio confine oggettivo di cui possiamo fare esperienza in prima persona? La risposta è semplice ed è uguale per tutti: no. Il confine del corpo può essere osservato solo dall’esterno, in terza persona, ma quando noi consideriamo il corpo soggettivamente in prima persona, tutto quello che può apparire come un confine altro non è che un pensiero. Se questo pensiero si mette da parte per qualche secondo, ecco che riconosciamo istantaneamente l’impossibilità di dividere l’esperienza fra interno ed esterno.
La dimensione spaziosa e silenziosa che emerge quando scopriamo questa assenza di confine viene subito riconosciuta come qualcosa che c’è sempre stato, e non come la realizzazione di qualcosa di nuovo. Questa è la ragione per cui parliamo di mettere fine ad ogni percorso. Tutti i percorsi, per loro natura, non possono che portarmi da A a B. A è ciò che sono ora, e B è ciò che sarò o che voglio essere. La dinamica del percorso si svolge basandosi sull’idea dello scorrere orizzontale del tempo, dal passato, attraverso il presente e verso il futuro. Ma se B si è semplicemente convinto di essere A, tutti i suoi sforzi per diventare B, non possono che essere controproducenti o quantomeno un po’ deviati. L’unica cosa che può fare è mettere in pausa il pensiero, e scoprire che sotto la ragnatela di idee e di convinzioni che ha sostenuto i suoi sforzi, in realtà è sempre stato B, e non potrebbe mai essere altrimenti.

L’unica cosa che puoi fare è fermarti…
Quando B scopre di essere B - riconoscendo che A è solo un pensiero - allora il tempo orizzontale perde ogni apparenza di sostanza, e viene notata quella che possiamo chiamare la verticalità dell’adesso. Adesso non è un istante infinitesimale, schiacciato fra l’immensità del passato e del futuro. Adesso è la totalità di ciò che è e di ciò che è sempre stato. Qui le tradizioni spirituali ci hanno offerto parole come eternità o assoluto. Sono parole che tendo ad evitare perché suscitano sensazioni di inadeguatezza, o quantomeno un atteggiamento scettico, eppure se le utilizziamo coscienziosamente, come una bussola per navigare il cuore silenzioso di quest’esperienza, possiamo vedere come descrivono aspetti profondi e affascinanti di ciò che emerge davanti ai nostri occhi. Eternità è l’arresto della dinamica del tempo, che viene riconosciuto in un istante come una semplice manifestazione del pensiero. Dopotutto, il passato non è mai stato visto, se non come una memoria, e il futuro non l’ha mai incontrato nessuno, se non come una fantasia. La parola assoluto descrive invece una dimensione che - se considerata nei propri termini - non può essere messa in discussione. Ogni modo di deprecare o di rifiutare questa dimensione deve per forza di cose ricorrere a un pensiero che, per sua natura, è estraneo ad essa. Nella verticalità dell’adesso il pensiero c’è, ma è visto in quanto pensiero, e quindi i suoi contenuti non possono avere nessun effetto su ciò che è. É per questo che la realtà semplice di questo stesso istante, quando viene riconosciuta intuitivamente e senza interpretazioni, non può essere messa in dubbio. Per dubitarla siamo costretti a riassopirci in un sogno, in una storia, o in una domanda, e a trattare l’assoluto come una parola, e non come la realtà evidente di ciò che abbiamo difronte.
Rilassamento profondo
Condivido con voi una pratica di rilassamento profondo dal ritiro di Abano Terme, a cui potrete accedere gratuitamente iscrivendovi come free members sul mio canale Patreon. Questa pratica è un invito a lasciare andare tutti i pensieri e le aspettative che imponiamo sul nostro corpo fisico, e quindi ad abitare una dimensione di spaziosità dove abbiamo l’opportunità di riposare e guarire.
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