La sorgente del mondo

Qualche paragrafo dal mio diario di questi giorni

L’interruzione è un inasprirsi del flusso creativo, ma nulla si blocca, nulla viene a meno. Una chiamata al telefono, qualcuno bussa alla porta, puoi rispondere o no, questo è un problema tuo, ma la vita continua a fluire inostruita. Dalla finestra di questa stanza vedo le trame di un albero spoglio stagliarsi su un cielo grigio, che odora di mattino e di rinascita; qualche goccia di pioggia è rimasta incastonata sul vetro. C’è anche lo spiovente di un tetto, con un’angolo di muro di mattoni, e in un certo senso non manca nulla. Ciò che fa cantare il cuore non sono le immagini che si imprimono sulla mia retina, ma il non-visto. So che ai piedi di quegli alberi nudi, c’è un lago; acque limpide, rinfrescanti, purificanti, ma dalla mia sedia non posso fare che immaginarlo. Quando il pensiero del lago scompare per qualche istante, ecco che sento un’eco distante della meraviglia da cui sgorga quello specchio d’acqua. Non è la sua causa, la sua ragione o la sua identità, è la sua sorgente. La sorgente è quel luogo misterioso dove il vuoto prende forma, dove il non-visto si manifesta con mille colori, sensazioni e impressioni visive. Tutta questa ricchezza è parte del mondo, sono i profumi che impattano le mie narici, i colori del mattino, le forme di questa stanza disordinata; ma la meraviglia risiede nel non-visto. Il senso espansivo di bellezza e di trasporto è radicato in ciò che non può essere conosciuto. 

Ricordo che quando ero un giovane monaco a Plum Village, a volte mi trovavo ad ammirare il panorama di dolci pendii, campi e boschi, che si espandeva per chilometri ai piedi della collina del monastero, e sentivo spesso un richiamo struggente che mi protendeva verso la linea sottile dell’orizzonte. Ai tempi ero naïve e inesperto, e nel mio ventre sensibile, questo richiamo si traduceva in una voglia di viaggiare. Oggi, piuttosto che viaggiare preferisco starmene seduto in un angolo tranquillo ed osservare il gioco di colori e sensazioni che si mettono in moto quando poso gli occhi su quella linea mistica. L’orizzonte è la fine del mondo. É il luogo dove il conosciuto sprofonda nella sua origine, e si ricongiunge con il tutto. E proprio li, in quel luogo di distruzione e oblio, si incendia un paradiso di bellezza e di stupore. I nostri occhi sono fatti per scrutare immagini, forme e colori, le nostre mani sono fatte per accarezzare corpi ed esplorare oggetti, i nostri nasi sono fatti per conoscere il profumo della terra, ma i nostri cuori sono fatti per sciogliersi nel presentimento dell’infinito. 

Ed è proprio il cuore a renderci vivi, non è così? Nelle mattine soffocate dal ritmo incalzante della nostra routine - del nostro sfruttare il presente per accudire il futuro - i nostri occhi continuano a scrutare i colori e le forme del mondo, ma nel nostro guardare non c’è vedere. Ogni immagine e ogni sfumatura, tradisce la propria limitatezza, e se restiamo in ascolto possiamo sentire il torace stringersi e ritrarsi, come a voler fuggire dalla prigione angusta della forma. In queste mattine faticose, le nostre mani continuano ad accarezzare corpi, ma nello sfregamento di quel toccare, non sembrano scoccare le scintille dell’affetto e dell’amore. Operiamo nel mondo, ma non siamo vivi. Siamo freddi algoritmi, costruiti a immagine e somiglianza di un Dio meccanico, i cui ingranaggi sono i pensieri e i desideri artificiali del genere umano. 

Il cuore si risveglia quando mi accorgo di non-sapere. Quando scopro che non solo non conosco ciò che è nascosto dall’avidità del mio guardare, e dalla sete del mio toccare; in realtà non conosco nemmeno ciò che ho davanti: il gusto del caffè, il calore del sole, il suono di qualcuno che traffica in cucina. Non conosco nemmeno il corpo che sono convinto di abitare. Quando chiudo gli occhi il corpo sparisce, e rimangono spazi sconfinati, attraversati da sensazioni che si stagliano in quel vuoto infinito, come fossero stelle, pianeti, galassie e comete. Ecco, basta questo per ridare vita a questo cuore maltrattato, così avvezzo ad essere dimenticato sotto la colata di cemento che chiamiamo professionalità, funzionalità o, ironicamente, persino benestare. 

Restare in ascolto richiede umiltà, e il coraggio di riconoscere che tutto ciò che so già non è che una storia; che il presente è sconosciuto e che proprio per questo mi può riempire di stupore e meraviglia.

In questo video esploriamo assieme l’assenza di sforzo. La meditazione non richiede fatica, anzi, tutto ciò che mi richiede uno sforzo è contrario al flusso naturale della pratica. La meditazione si presenta naturalmente come ciò che rimane quando smettiamo di fare qualcosa, e ci limitiamo a riconoscere ciò che siamo già.

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