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La vita non si ripete
Scoprire la novità in ogni singolo istante di presenza e contemplazione

Ci è stata trasmessa la convinzione che la ripetizione quotidiana di un certo numero di pratiche - di procedure ben precise - ad un certo punto porterà ad un’apertura e alla realizzazione di un’esperienza che possiamo chiamare con i nomi più disparati: liberazione, risveglio, nirvana, non-sé, o anche solo benessere. In generale questa nozione rappresenta il fondamento non riconosciuto di tutti gli sforzi che impieghiamo sul nostro cammino, e purtroppo non può avere che una validità relativa. Certo, sforzandoci possiamo sostituire pensieri e abitudini negative con pensieri e abitudini più funzionali, e sviluppare un livello di concentrazione che ci renderà più efficaci nella vita di tutti i giorni, ma questi sono benefici fragili, completamente in balia del nostro contesto sociale, della nostra salute fisica e mentale, e di mille altre condizioni. E’ ovvio che questo tipo di realizzazione rimarrà assolutamente insoddisfacente, relativo e temporaneo.
Ciò che è assolutamente chiaro è che la vita non si ripete. Questa è una realizzazione immediata, intuitiva ed estremamente quotidiana. Ogni volta che ci laviamo i denti o beviamo una tazza di caffè possiamo avere l’impressione di ripetere ciò che abbiamo fatto ogni singolo giorno a memoria d’uomo, ma in realtà quest’impressione sussiste solamente quando non ci preoccupiamo di andare a verificare se è proprio così. Quando iniziamo ad indagare, ci accorgiamo ben presto che la tazza di caffè che sto bevendo in questo istante non può essere equiparata a nessuna esperienza che io abbia mai avuto. Il contesto è cambiato; la stanza è un po’ più fredda, l’acqua ci mette qualche secondo in più a bollire e durante la notte c’è stato un’improvviso calo di pressione atmosferica che sembra prevedere un acquazzone. Ma non è tutto: anche io sono cambiato. Il mio stato emotivo, la notte passata in bianco e mille altri elementi psico-fisici fanno sì che la mia percezione di quella tazzina di caffè sia radicalmente diversa. La vita non si ripete. Non abbiamo mai visto due tramonti dello stesso colore, e anche se possiamo avere l’impressione di una forte similitudine fra il tramonto di oggi e quello dell’altra settimana, il sole che si sta tuffando dietro la linea dell’orizzonte non è lo stesso.

In generale la ripetitività è la fibra con cui viene intessuto il nostro concetto di addestramento. Se vogliamo salvare la nozione di addestramento dobbiamo esplorarla, conoscerla e monitorarla con grande attenzione e onestà. “Sto nascondendo una mente letargica e ripetitiva dietro le mie routine di meditazione?” Il rischio è quello di richiudersi su sé stessi e sui propri rituali, trasformando il percorso spirituale in un orticello personale nel quale isolarsi e invecchiare, ripetendo a oltranza le stesse cose, diventando di giorno in giorno più esperti, più rigidi e più intolleranti. Io tendo ad evitare la nozione di addestramento perché per tanti anni mi ha fuorviato e mi ha sostenuto su un cammino faticoso di self-improvement, che alla fine del percorso si è rivelato estremamente limitato e limitante. Peraltro è chiaro che il mio negare la validità di un addestramento non vuole suggerire che sciogliersi il cervello davanti alla televisione sia benefico e che ci possa portare ad una presa di coscienza. Preferisco parlare di pratica o di gioco. La nozione di pratica suggerisce un atteggiamento empirico e terra-terra, mentre il gioco suggerisce la leggerezza e l’assenza di obbiettivo che deve essere parte del nostro approccio.
La mia proposta è semplice ed estremamente pratica: non ha senso sforzarsi di applicare religiosamente pratiche e procedure che promettano un premio in un futuro più o meno distante. Al contrario, le tecniche che sono più efficaci sono quelle che ci coinvolgono completamente, monopolizzando in modo spontaneo tutto il nostro interesse e la nostra attenzione. A livello pratico, invece di stabilire un orario in cui meditare tutti i giorni, combattendo i nostri pensieri e le nostre emozioni contrastanti, possiamo decidere di fermarci per cinque o dieci minuti, nel momento che sembra essere più appropriato, e dedicarci completamente a vedere, e in un certo senso ad essere, i nostri pensieri e le nostre emozioni. Quando ci fermiamo a riconoscere la realtà caotica del pensiero e il mondo incontrollabile della nostra interiorità ci accorgiamo anche che è qualcosa di estremamente vitale e interessante. Giocare in questo caso significa lasciar perdere ogni idea di dover acquietare la mente o trasformare le emozioni e invece porsi la domanda, che cosa comunicano questi pensieri e queste emozioni? Questo atteggiamento ammorbidisce tutte le manifestazione psico-fisiche rendendole più flessibili, o potremmo dire più disponibili. Magari non scompaiono, ma ad un tratto smettono di monopolizzare la nostra attenzione e ci permettono di allargare la nostra visuale fino ad includere la totalità del momento presente. Realizziamo che i nostri pensieri e le nostre emozioni non sono che una piccola parte della nostra realtà e che da punto di vista più intimo e soggettivo del mio essere, esse non sono affatto diverse dal canto di un uccello o dal suono del vento fra le chiome degli alberi. Sono solo informazioni che popolano l’incredibile complessità e ricchezza di ciò che è.
Questo atteggiamento non è qualcosa che si può ottenere tramite una ripetizione o un addestramento. Sorge da sé quando abbiamo il coraggio di riconoscere l’inutilità dei nostri sforzi e l’impossibilità di afferrare il presente tramite una procedura prestabilita. Non è possibile addestrarsi alla vita; si può solo vivere, e vivere significa giocare, rimanere flessibili, attenti, innocenti e bambini. Ciò che fino ad ora ho chiamato addestramento non è che un tentacolo del passato che cerca di afferrare la realtà sfuggevole del momento presente; come potrebbe mai avere successo?
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